Khajuraho: “qualche volta viene il topo…”
I templistreet food

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Si entra scalzi nel piccolo tempio ai margini della giungla.

L’aria calda e umida della notte indiana brulica di insetti, così come il pavimento del tempio, ma quando Sudesh ci propone di accompagnarlo alla cerimonia, non ci pensiamo un attimo.

Sudesh è un giovane ragazzo indiano che lavora come guida turistica e che ci ha accompagnato per qualche centinaio di chilometri di Rajastan fino qui, al tempio di Orcha.

 

Ci sediamo sul pavimento, circondati solo dalla partecipazione emotiva degli Indiani in preghiera. Musiche e canti ipnotici, mantra ripetuti cantilenando, riti e offerte sacre: tutto è affascinante quanto a noi incomprensibile al punto di riempire Sudesh di domande. Sulla filosofia indiana, sulla religione, sugli Dei, sulla morte…fino a quando il nostro timore di essere stati inopportuni si trasforma in una grande sorpresa: Sudesh ci invita a cena per la sera successiva, nella sua casa di Khajuraho.

E’ fortunato Sudesh perché il suo lavoro, fatto più di mance che di stipendio, gli ha consentito di comprarsi addirittura una casa in muratura. Si tratta di una sola stanza dove trova posto un letto matrimoniale che è anche divano, sedie, poltrona e tavola. Di fronte, un armadio rosa con le ante scorrevoli contiene vestiti, scarpe, piatti e posate, mentre un’intera anta è piena dei sari colorati della moglie. Davanti a noi, fatti accomodare sul letto, un tavolino di legno e vetro e due sedie.

 

  A casa di Sudesh  

 

In un angolo si trova un piccolo fornelletto da campeggio a tre fuochi e una bombola del gas. Accanto, un rubinetto di acqua non potabile: quella da bere si prende al pozzo con i secchi, ma per noi Sudesh ha comprato una bottiglia di plastica.

Le pentole sono appoggiate sul pavimento, proprio sotto al tavolino dove si trova il fornelletto.

Sudesh ci racconta orgoglioso della sua famiglia, dell’impegno per imparare l’italiano, della moglie che è fuori per lavoro, dei mille ostacoli e delle lotte infinite con i tribunali indiani per ottenere i permessi per accompagnare gli stranieri.

La sorella, nel frattempo, prepara i vassoi della nostra cena: una zuppa piccante di patate e curry; un’altra zuppa di patate, carne e pomodori; melanzane a tocchetti abbondantemente speziate; pomodori e cipolla crudi e chapati preparato e cotto – da lei stessa – a fuoco vivo.

 

  la cena  

 

In India anche nelle case, per rispetto, si entra scalzi.

Iniziamo a mangiare, scoprendo gusti sconosciuti quanto deliziosi.

In India anche nelle case passeggiano indisturbati file di formiche, coleotteri, qualche scarafaggio.

Mangiamo e chiacchieriamo quando l’occhio cade sul pavimento..

…”oddio Sudesh, ma quello è un topo?!”

“Si, certo. Qualche volta viene il topo a casa.”

Ecco, appunto.

Di che stupirsi se il topo viene “a casa”?!

Nel frattempo il roditore curioso, passeggiando sereno tra le nostre gambe, si va ad infilare tra le pentole che hanno ospitato la nostra zuppa!

Cena deliziosa, nonostante l’imprevisto. O meglio: ciò che noi occidentali definiremmo “imprevisto” e che per Sudesh è solo il topo che torna a casa!

Cena deliziosa, dicevamo: sia per la bontà del cibo, sia per la generosità di aver voluto condividere con noi i loro piccoli spazi. E anche per il momento goliardico di fine serata: saputo che eravamo in viaggio di nozze hanno voluto farci indossare i loro sari matrimoniali, con risultati estetici non proprio all’altezza!!

 

  abiti...da matrimonio!!  

 

Questo è un frammento di India che sfugge ai cataloghi turistici.

Come lo studente di medicina che conosciamo il giorno seguente. Parla sette lingue e sogna di poter finire gli studi per curare i bambini. Ci chiede se vogliamo visitare il villaggio di Khajuraho e in cambio ci chiede di portare saponette, shampoo e bagnoschiuma dell’hotel. Puntuali all’appuntamento ci lasciamo accompagnare in fondo alla via principale, la stessa che porta ai famosi templi, ma dal lato opposto.

Entriamo nel nucleo più vecchio del villaggio, che è diviso nettamente in quattro zone: una per ogni casta. Le strette vie interne sono ricoperte di polvere e terra battuta o, al massimo, da lastroni in cemento. Ogni tanto i bambini approfittano di qualche fontanella che zampilla acqua, per una rapida doccia accovacciati. Nella zona della casta più ricca c’è il pozzo dove gli abitanti possono calare la corda con il secchio. Tra una casa e l’altra si trova un cortile dove qualche mattone separa una piccola latrina comune.

 

 

  per le strade del villaggio  

 

  per le strade del villaggio  

 

 

Sui muri delle case notiamo alcuni numeri e sigle, dipinti in rosso direttamente sull’ingresso delle case. Ci spiegano che non esiste un programma sanitario per i bambini. Talvolta passa qualche infermiere, per lo più volontario, per vaccinare i bambini di qualsiasi età. L’unico modo per tenere traccia del tipo di vaccino somministrato e della data è dipingerlo sul muro di casa. In questo modo, se passerà un altro infermiere avrà idea di cosa è stato fatto e a chi. E’ un sistema semplice ma geniale per un Paese dal sistema anagrafico così precario che se si chiede quanti abitanti ha una città, la più comune delle riposte è “almeno qualche milione”.

 

   


Usciamo dalla scuola con l’immagine dei bambini che ridono divertiti rivedendosi nel piccolo schermo della nostra telecamera…
Passeggiando per il villaggio entriamo in una stanza adibita a scuola. E’ il nostro ultimo incontro di Khajuraho. Una dozzina di bambini sono seduti per terra su lunghe listelle di tessuto liso e strappato. I maestri, due giovani ragazzi, sono volontari e operano come riescono, senza materiali, senza strutture, senza fondi ma con la forza di volontà e l’amore per i più piccoli. 

 

  davanti alla telecamera...  

 

 

 

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