Dachau: per non dimenticare
La recinzione del campoIl piazzale dell'appello

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Se vi trovate in vacanza a Monaco di Baviera, una tappa da inserire assolutamente nel vostro itinerario di viaggio è una visita al campo di concentramento di Dachau. La cittadina, dove venne aperto  il primo campo nazista il 22 marzo del 1933, dista circa venti chilometri dal centro del capoluogo bavarese e si può tranquillamente raggiungere con i mezzi pubblici. 

 

Noi arriviamo poco dopo l’apertura alle 9 del mattino, sotto un cielo grigio, quasi bianco, nonostante la primavera ormai avanzata. Fa un pò freddo, ma non importa: un “duro” e necessario confronto con la storia è a pochi passi da noi.

La visita del campo di Dachau è gratuita (se lo si desidera è possibile acquistare un'audioguida al costo di € 3,50 ) pertanto ci dirigiamo subito verso il cancello principale.

Prima di varcare la soglia, ci soffermiamo qualche minuto nel piazzale antistante l’ingresso del campo,  in quanto già qui si trovano i primi segni della follia nazista: l’ultima traccia del binario che conduceva i treni carichi di deportati direttamente alla Jourhaus, ovvero la “porta dell'inferno” e le caserme che ospitavano gli alti ufficiali delle SS. Ora questi edifici sono quasi nascosti dietro una recinzione e non è ammessa la visita.

 

  Il binario d'ingresso  

 

Arriviamo davanti al cancello in ferro battuto che riporta l'agghiacciante frase “ Arbeit macht frei” cioè “ il lavoro rende liberi”, una falsa illusione per chi entrava qui dentro e spesso non ne usciva più vivo. Attraversata la Jourhaus, al tempo unica entrata al lager,  si apre un impressionante scenario e un enorme senso di vuoto e di immenso assale chi vi si trova di fronte lasciandolo in un primo momento disorientato. 

Fin da subito, però, alcuni utili pannelli aiutano a comprendere meglio la grande struttura del campo: nella parte meridionale si trova l'edificio dei servizi, dietro il quale c'è il bunker con le prigioni, mentre nella parte a nord balza subito all'occhio un lungo viale alberato che taglia a metà un rettangolo largo all'incirca 300 metri e lungo 600 metri. All'epoca dei tragici fatti questo rettangolo conteneva 34 “alloggi”, demoliti nel 1964 perché ormai fatiscenti. Gli unici due che possiamo visitare oggi non sono pertanto originali; delle altre 32 baracche che costituivano il campo sono rimaste le indicazioni delle fondamenta in cemento.  

 

  Entrata al campo  

 

Il grande spazio che si trova fra l'edificio dei servizi e le baracche era utilizzato per l'appello dei detenuti che avveniva due volte al giorno, la mattina presto e la sera prima di andare a dormire.  Se mancava un detenuto, per esempio dopo un tentativo di fuga, gli ufficiali delle SS obbligavano i prigionieri a restare immobili anche per alcune ore.

Tutto il lager è circondato da una recinzione (ricostruita in parte nel 1965) formata da tratti d'erba, fossi con un reticolato elettrico ed un muro. Su sette torrette gli uomini delle SS sorvegliavano l'intera area del campo e se un detenuto oltrepassava il tratto d'erba veniva immediatamente ucciso a colpi di fucile.

Dopo un prima visione d'insieme ci dirigiamo verso l “edificio dei servizi”, costruito dai prigionieri stessi tra il 1937 ed il 1938, dopo aver demolito la precedente costruzione. Al suo interno si trovavano la cucina, i guardaroba, le officine ed i bagni. Nella parte ovest dell'edificio iniziava il processo di registrazione dei prigionieri arrivati al campo ed il “benvenuto” era rappresentato da 25 bastonate. Le  guardie poi dicevano esplicitamente loro che non avevano diritti, né onore né difesa. Dopo il rituale della doccia, seguita dalla rasatura, i detenuti privati di tutti i loro averi potevano accedere al lager. A Dachau non si era più uomini, ma “uomini zebra” a causa dell'unico pigiama a strisce chiare e scure che copriva i corpi dei detenuti.

 

  Stanze della prima doccia  

 

Originariamente il campo venne destinato agli oppositori politici di Hitler e a chi non si adeguò subito all'ideologia nazista, quindi principalmente sindacalisti, comunisti e monarchici. 

Gli internati venivano rieducati tramite il lavoro duro al fine di "punire" in loro il sentimento antinazista. Altro sistema era "rieducarli" al nazismo facendoli accedere a vari materiali di propaganda, presenziare a riunioni o dibattiti e ascoltare alla radio i discorsi di Hitler. Estenuanti marce erano effettuate inoltre tra gli edifici e le baracche del campo, su cui erano state dipinte, a monito, enormi scritte rappresentanti la nascente dottrina nazionalsocialista.

Sul tetto dell'edificio dei servizi, per esempio, fu scritto: “esiste una via verso la libertà. Le sue pietre miliari sono: l'ubbidienza, la diligenza, l'onestà, l'ordine, la pulizia, la sobrietà, la sincerità, lo spirito di sacrificio e l'amore per la patria”.

Con le leggi di Norimberga del 1935, nel campo vengono internati nuovi gruppi di detenuti tedeschi, i cosiddetti fannulloni soggetti all'assistenza pubblica, cioè mendicanti e senzatetto. Tra questi ci furono anche zingari, pericolosi criminali,  testimoni di Geova ed omosessuali. 

Dopo la "Notte dei Cristalli" del novembre 1938 iniziarono ad essere deportati tutti gli ebrei della Baviera e quando il primo settembre 1939 scoppiò la seconda guerra mondiale, cominciarono ad arrivare al campo anche i prigionieri provenienti dai paesi occupati dall'esercito tedesco. Questi detenuti vennero impiegati sia nell'industria bellica, per la produzione di armi, che nelle cave o più in generale ovunque servisse manodopera a basso costo.

 

  L'edifico dei servizi  

 

Oggi l'edificio dei servizi è un enorme museo che contiene una ricca esposizione di pannelli che raccontano la storia del lager e le varie fasi del Nazionalsocialismo, dalla nascita fino alla caduta. Non mancano video, documenti, fotografie e oggetti originali dell'epoca. Ci sono  ad esempio alcuni registri che contengono i dati personali dei deportati. Durante la fase di registrazione le SS indicavano per ogni prigioniero che entrava nel campo il numero di ammissione, il nome, il cognome, la data e il luogo di nascita, lo stato civile, il numero dei figli, la religione, la cittadinanza, la professione e il luogo di residenza. Ancora oggi è visibile una scrivania usata dalle SS per il “censimento” di chi entrava nel campo di  Dachau.

Un brivido scorre lungo la schiena davanti alle stoviglie di metallo appartenute a chissà quale prigioniero o alla scacchiera costruita da un detenuti con dei piccoli pezzetti di legno e usata durante i rari momenti di libertà. 

 

  Le stoviglie di un detenuto  

 

Dietro l'edificio dei servizi, si trova il “bunker” , un lunghissimo edificio stretto e dotato di numerose piccole celle. Rappresentava la prigione del lager dove venivano rinchiusi quelli che i deportati chiamavano NN, una sigla che sta per “Nacht und Nebel”, cioè “notte e nebbia”. Non si aveva il permesso di vedere nessuno e non si era mai portati fuori all'aria aperta; spesso si veniva condannati all'isolamento totale per anni, ma come si può ben immaginare era altamente improbabile sopravvivere alla fame o alla pazzia.

Nel cortile del bunker venivano inoltre eseguite le più terribili torture ( fustigazioni,  sospensioni al palo) e le esecuzione delle condanne a morte.

Ritornare nel piazzale principale del lager è quasi un sospiro di sollievo; respirare a pieni polmoni si rende necessario e un momento di pausa dopo tanti scossoni emotivi è opportuno prima di proseguire la visita. 

 

  Memoriale  

 

Nel piazzale dell'appello si erge il Memoriale internazionale inaugurato nel 1968 in ricordo di chi ha perso la vita nel campo. Una strada porta verso i sotterranei lungo i pavimenti di granito che ricordano i lavori forzati a qui i detenuti erano obbligati. La pendenza all'interno dello spazio incavato richiama la sofferenza e la morte dei prigionieri. Qui emerge la scultura di Nandor Glid: pali recintati, fossati e filo spinato sono rappresentazioni delle misure di sicurezza installate attorno al campo. Lo scheletro umano commemora coloro che, in un atto di disperazione, si gettarono tra il filo spinato. Questa rappresentazione non è sola simbolica, essa riporta anche la storia dei numerosi suicidi avvenuti in quel modo. 

Nel punto più basso del percorso si apre la vista di un altro monumento: un rilievo con dei triangoli attaccati ad una catena. Questa parte del monumento ricorda le targhette a forma di triangolo che distinsero ogni detenuto a partire dal 1937.

 

  Mai più...  

 

 Ai lati estremi del monumento si ergono due blocchi in granito, uno riporta la scritta "Mai più" in  più lingue: ebraico, francese, inglese, tedesco e russo.  

Proseguiamo la visita raggiungendo la parte meridionale del campo che, come si diceva prima, ospitava le baracche dei detenuti. Gli alloggi erano disposti su due file, ai lati di un lungo viale di pioppi, unico punto d'incontro dei detenuti durante le poche ore di libertà. Le prime due baracche di ogni fila  furono usate per scopi diversi: la copisteria con la biblioteca, la mensa, le stanze dove aveva luogo l'addestramento per i detenuti che facevano parte del personale e le officine di produzione per il materiale bellico.

Sul lato destro della strada del lager si trovava l'infermeria con la camera mortuaria che nel corso della guerra fu estesa da due a tredici baracche. L'assistenza medica nel campo era comunque completamente inadeguata. Inoltre, le baracche 1,3 e 5 a partire dal 1942 furono utilizzate dai medici delle SS per condurre brutali esperimenti sui poveri detenuti. 

Le baracche progettate per gli alloggi dei deportati erano suddivise in quattro camerate,  ognuna composta da un soggiorno e un dormitorio. Gli alloggi erano stati allestiti per ospitare 200 persone cadauno ma verso la fine della guerra si arrivò ad ospitare fino a 1600 detenuti a baracca.

 

  Interno delle baracche  

 

“Il locale era pieno di brande militari di legno messe tre a tre sovrapposte. I letti sembravano fatti con lunghi cartoni rivestiti di bianco. Sui letti c'erano coperte a quadri azzurri; dovevano misurare, a destra e a sinistra, precisamente l'altezza di una mano. E osserva questi quadretti delle coperte: corrono tutti come filo a piombo verso il basso nessuno fa una riga storta. Inoltre, il letto deve avere ovunque la stessa altezza. Guai se si vede il minimo avvallamento. Questo comporta subito un rapporto punitivo. Tutto qui è un bluff ed è ideato per tormentarci. Spesso essi vengono e buttano fuori i letti le coperte e le lenzuola da tutte le parti. Basta per questo che uno di questi signori sia di cattivo umore o abbia bevuto troppo. Se egli trova che uno dei letti è malfatto registra il numero di matricola della persona in questione che riceverà un avviso. La pena per questo è di un'ora al palo. (Kupfer-Koberwitz, “I potenti e gli abbandonati”, p.71)

 

Ritorniamo lungo il viale dei pioppi, la lager strasse, e lo percorriamo lentamente fino in fondo. Nessuno parla; ci circonda un silenzio surreale ma altrettanto doveroso. Si sente solo il rumore dei passi degl'altri visitatori che scricchiolano sopra la ghiaia del viale e gli sguardi che incrociamo sono quelli di persone turbate, disorientate, a tratti terrorizzate. Anche i nostri sguardi sono sicuramente così. Non è facile proseguire sapendo quello che ci aspetta nella parte finale della visita.

 

  Lager Strasse  

 

 

In fondo al viale, dopo attraversato un piccolo ponte, si arriva , infatti, all'area forse più atroce di tutto il campo: i forni crematori con adiacente la camera a gas. L'area del crematorio venne costruita nell'estate del 1940 perché il numero dei detenuti deceduti era fortemente aumentato anche a seguito di numerose epidemie e serviva un metodo “veloce” per smaltire i corpi delle vittime. Nel 1942/1943 fu costruito un secondo grande forno crematorio (chiamato baracca X)  con quattro forni e una camera a gas camuffata da "Sala doccia", in tedesco Brausebad, come ancora oggi si legge sul cartello all'ingresso. Questa camera a gas è una delle poche a non essere stata distrutta all'arrivo delle truppe di liberazione ma il suo effettivo utilizzo è ancora oggi fonte di discussione e di indagine storica.

Il numero di prigionieri incarcerati a Dachau tra il 1933 e il 1945 superò i 180.000. Il numero di coloro che morirono nel campo principale e nei campi ausiliari, tra il gennaio del 1940 e il maggio 1945, fu di almeno 28.000, ai quali bisogna aggiungere, naturalmente, quelli che morirono tra il 1933 e il 1939 e quelli che non furono mai registrati. 

In loro memoria sono stati costruiti in fondo al campo alcuni monumenti religiosi, luoghi di riflessione per chi vuole dire una preghiera o più semplicemente necessita di un momento di raccoglimento.

La cappella dell'Agonia Mortale di Cristo (monumento cattolico) è stato il primo ad essere eretto nel 1960. La posizione della cappella e la forma circolare aperta simboleggiano la liberazione dalla schiavitù operata da Gesù.  In seguito, il 30 aprile del 1967 venne consacrata la Chiesa Protestante della Riconciliazione. L'edificio è situato sotto il livello della superficie del memoriale e le scale conducono ad un ingresso stretto e scuro che poi si apre in un luminoso cortile interno. Nel punto in cui il buio ed la luce si incontrano, si erge un cancello in acciaio con incise le parole del salmo 17: "Nascondimi all'ombra delle tue ali".  

Infine il 7 maggio del 1967 venne eretto il Memoriale Ebraico. La struttura è realizzata in basalto lavico nero e una rampa posta nel punto più basso dove la luce filtra attraverso un'apertura nel soffitto. Sopra l'edificio aleggia una menorah a sette braccia, mentre all'interno brucia la "Ner Tamid," la luce eterna. 

Completano questa parte del campo una cappella russo-ortodossa e un convento carmelitano ancora oggi gestito da alcune suore.

Dopo quasi tre ore di visita esco da questo scenario di morte, sofferenze, ingiustizie e dolore. Camminando ad occhi chiusi, quasi per voler nascondere le lacrime, sento ancora l'odore della morte, misto a quello del sudore, di quelle povere anime calpestate senza alcuna pietà. Tutto questo però è storia ed è, che lo si voglia o meno, una parte di storia che ci portiamo dentro. 

Dachau è stata una vergogna disumana che se anche tentiamo di evirare dalla memoria eccola che con energia e risolutezza riappare con tutta la sua forza. E' giusto che sia così: inevitabilmente brucia, fa male, ci sconquassa la coscienza ma per comprendere il valore alto della vita è necessario passare anche da qui. 

Esco dallo stesso punto in cui ero entrata, cioè dalla Jourhaus, ripensando a chi da qui invece non è più uscito.

Riapro gli occhi, respiro a fondo ed il cielo di Dachau è ancora grigio sopra di noi, quasi bianco.

 

Testi e foto di Elisa Marcotto

 

Alcune immagini

 

  • Entrata al campo
  • Forni crematori
  • Il memoriale cattolico
  • Memoriale di Nandor Glid
  • Memoriale Ebraico
  • Il binario d'ingresso

 

 

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