Tutto il bianco di Sarajevo
Sarajevofontana Sebilj

 

Il bianco è un colore strano.

Simbolo di pulizia, purezza e di candore. Il silenzio della neve, l’innocenza immacolata dei bambini.

E’ la spiritualità del Paradiso e il freddo dell’eternità. Bianco è il Battesimo e il Matrimonio, nelle culture occidentali. Il lutto e la morte in estremo oriente.

Per la scienza è un non colore. Una mescolanza indistinta di tutti gli altri colori.

Battesimo ad Occidente, morte ad Oriente. Mescolanza estrema, indistinta.

Arriviamo a Sarajevo di sera, mentre una fastidiosa pioggerellina picchietta contro i nostri pensieri.

 

Non c’è un apparente motivo per visitare la piccola capitale bosniaca. Non ci sono luoghi d’interesse turistico, nessun monumento particolarmente famoso. Eppure la città nasconde qualcosa…

Forse il viaggio a Sarajevo è un sentiero impervio nelle nostre coscienze. Faticoso arrivare in cima.

Un albero che cade nella foresta, se nessuno lo sente, fa rumore?

Il più lungo assedio della storia dell’Umanità lo abbiamo vissuto in diretta. Ce lo ricordiamo, così come ce ne ricordiamo il rumore. E’ come entrare in un libro di storia contemporanea, di quelli che abbiamo letto impotenti e di cui, a distanza di vent’anni, non abbiamo ancora capito nulla.

Una mescolanza indistinta.  Passeggiando per la Baščaršija, si percepisce nitidamente l’aria di confine, intorno alla fontana Sebilj, tra i fumi dei cevapcici alla brace, tra profumi di cipolla, di ayvar e di pane appena sfornato. Siamo nel cuore dell’Europa, ma qui l’Europa ha già i tratti avvolgenti, ammalianti del vicino Oriente.

 

  Baščaršijae  

 

La giornata è ancora grigia e insolitamente fredda per il mese di luglio. Lungo la Miljacka e ancor più nel dedalo del vecchio mercato turco, ci coglie un’isolita lentezza. Come a voler cercare con pazienza di definire dei contorni, di trovare qualche perché. Ci fermiamo in piazza Izebegovic, attorno alla scacchiera dove anziani signori muovono le loro grandi pedine. Lentezza e riflessione, per vincere la partita.

 

  piazza Izebegovic  

 

In poche centinaia di metri abbiamo superato la grande Moschea Gazi-Husrevbey, la Cattedrale Cattolica, quella Ortodossa e la Sinagoga. Millenni di storia delle religioni e di filosofia mescolate indistintamente in un fazzoletto di terra dai contorni sfumati. Un fazzoletto bianco che racchiude tutti i colori. Davvero così diversi e lontani tra loro?

 

Saliamo sulla collina. Allarghiamo lo sguardo ed eccolo, il bianco.

Questa volta è il bianco della morte; le tombe delle vittime dell’assedio. Chiazze bianche, macchie sui fianchi dei colli. Ovunque, senza una regola, senza un criterio. Lapidi, per lo più musulmane, ovunque ci fosse spazio. Come schizzi disordinati su una tela. Questi sono i contorni che non si lasceranno mai definire; tutti i perché che non troveranno risposta.

 

  dalle colline...  

 

Scendiamo; camminiamo. Ancora il fiume. Ci soffermiamo davanti all’antica biblioteca pubblica di Sarajevo, bruciata dalle granate serbe nel 1992. Obiettivo: distruggere la cultura, l’ identità di un popolo. Disegnare i confini in una indistinta mescolanza. Missione fallita.

Ancora lapidi. Nei parchi pubblici, nei giardini, sotto gli alberi. Ovunque. Bianche, tutte uguali, senza distinzione né limiti.

I contorni indefiniti di Sarajevo. Città che per la sua storia, forse per sua stessa natura, custodisce i segni di chi l’ha vissuta. Romani, turchi, la via della seta, gli austriaci, fino alla Grande Guerra scoppiata su un anonimo ponte sul fiume. Poi la Jugoslavia e il delirio e i suoi segni, ancora visibili dopo vent’anni.

Questo rende unica Sarajevo. I tratti caratterizzanti dei popoli, campanile tra i minareti, sapientemente miscelati dalla storia che nemmeno un assedio ha saputo sopraffare. Alla fine, nonostante tutto, non importa cosa nasconda la città. Importano le emozioni.

Ci sediamo sui gradini bianchi della fontana Sebilj, tra il fumo dei cevapcici  e il profumo dell’Oriente…

 

  fontana Sebilj  

 

 

 

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