Le Marche e le tre del mattino
Marotta 1978
 
Le vacanze estive iniziavano alle tre del mattino. Le vacanze estive dovevano iniziare alle tre del mattino, sennò non erano le vacanze estive! Si partiva di notte perché c’era meno caldo, c’era meno traffico e poi perché…si usava così! Era la fine degli anni Settanta, inizio Ottanta. La partenza notturna, per me – bambino di 4-5 anni – era un’emozione unica. La partenza di una spedizione di esploratori. Aspettavo tutto l’anno quel momento. Le tre del mattino, roba da grandi...
 

 

   

 

Marotta, la nostra destinazione nelle Marche, dista da Verona trecento chilometri. 

La Lancia Delta grigia del nonno era pronta per il viaggio già due settimane prima. Controllo del motore, rabbocco dell’olio, gomme a posto, pulizia completa. Tutto fatto rigorosamente in casa. Nel garage del condominio. Mani abili, il nonno…

Due giorni prima della partenza tutti i bagagli dovevano essere pronti. Valigie chiuse e allineate nel grande salone. Tutto pronto, tranne il cibo, ma di quello parliamo dopo…

A Marotta si stava un mese, a volte un mese e mezzo. I primi anni all’Hotel Holiday, uno di quegli hotel da commedia degli anni 70; poi in appartamento.

Serviva roba per riempire una seconda casa, perché quella era la nostra seconda casa. Sempre lo stesso edificio: le vele. Chiamate così per la forma della costruzione. Anno dopo anno…sempre alle vele…sempre lo stesso appartamento…

I bagagli, dicevamo. La Lancia Delta faticava a contenerli tutti. Baule stipato. Portapacchi sul tetto pieno. E allora una valigia o due, quelle di tela marrone con i manici in cuoio, venivano appoggiate sdraiate sul sedile posteriore e io e la zia Sandra facevamo il viaggio seduti sulla valigia. Non c’erano cinture di sicurezza all’epoca. Non c’erano nemmeno le norme sulla sicurezza e quindi non poteva succederti niente!!

Trecento chilometri. Più o meno due ore di viaggio, oggi. Ma allora no. Allora non si arrivava mai prima delle otto del mattino. Perché il viaggio, quel viaggio aveva i suoi riti, i suoi tempi, la sua velocità. Mai più dei 90 all’ora. Tutta autostrada. Forse ai 100 saremmo decollati verso la luna. Ma quella Lancia Delta con dentro me, i nonni e la zia, arrancava.

Si usciva a Fano e poi gli ultimi chilometri di lungomare. La meta che si avvicinava e l’emozione che cresceva e la voglia di arrivare e io che da dietro allungavo il collo per vedere se comparivano le vele in lontananza. Come quando hai in mano il tuo cioccolatino preferito e hai una terribile voglia di aprirlo e finchè lo scarti già ne assapori il gusto con la mente…

E allora io giravo la manopola e aprivo il finestrino. E respiravo il mare... 

 

   

 

Poi…eccole! In lontananza, le vele. Grandi, maestose. Gli edifici più grandi del paese, proprio in fondo al lungomare, proprio dove il paese finisce e c’è il fiume che, tuttora, separa la Provincia di Pesaro da quella di Ancona. All’epoca attraversare il ponte e cambiare addirittura provincia era già un altro viaggio.

Svuotavamo la macchina, iniziando dallo scatolone del cibo. Già, il cibo. Perché quando si andava in appartamento si doveva portare del cibo. Perché quando poi arrivano la mamma e il papà a trovarci per il fine settimana devono trovare il nostro parmigiano! Devono trovare il salame che solo il nonno sa dove andare a comprare! Il nostro vino che il nonno compra dal suo amico contadino!

La vita, in quegli anni, era fatta di solide certezze. A casa, la certezza di andare al mare alle vele. Al mare la certezza dei sapori di casa. Piccole ancore di salvezza per aiutarti in caso di bisogno.

Poi la vacanza poteva davvero iniziare. E allora ricordo le passeggiate con il nonno a cercare conchiglie al mattino presto, aspettando le barche dei pescatori. Ricordo i bagni in quel piccolo tratto di litorale sassoso. Ricordo la nonna sul balcone che osservava il mare, ascoltandone il canto e respirandone il profumo. 

 

 

 

 

 

Ricordo il Bar Oasi, a metà strada tra le vele e il centro del paese. Le soste per mangiare la crescia: quella che poco più a nord, in Romagna, chiamano piadina ma l’Italia, si sa, è la terra dei campanili...

Ricordo un piccolo negozietto di abbigliamento e scarpe estive. Piccole trasgressioni della nonna. Era appena di là della ferrovia, quella che passa proprio dietro alle vele. Ci arrampicavamo sulla massicciata, guardavamo a destra, a sinistra e poi attraversavamo i binari. Una, dieci, cento volte in quel mese. Non c’erano recinzioni, non c’erano cartelli di pericolo e quindi non poteva succederti niente!!

Ogni tanto si prendeva la macchina e si partiva per un altro viaggio. Frontone, Arcevia, Corinaldo, Senigallia. E l’anno successivo Frontone, Arcevia, Corinaldo, Senigallia.

Le piccole certezze della vita.

A Frontone ricordo la Taverna della Rocca, dove andavamo per mangiare sempre la crescia con spinaci e salsiccia. Piccole trasgressioni di un bambino.

L’ultima volta a Marotta era l’88, forse l’89. Nel '90 ero in Norvegia, ma quel posto, Marotta, è stato il mio trampolino di lancio.

…anzi no…a pensarci bene l’ultima volta è stato ad ottobre del 2012. Era tarda sera e tornavo da Ancona dove ero stato per incontri di lavoro. Dall’autostrada ho visto le vele e non ho resistito. Sono uscito alla nuova uscita di Marotta che, peraltro, è “stazione ad elevata automazione”, ipermoderna…ironia del destino…

Mi sono fermato sotto alle vele e ho camminato nel buio, in silenzio, verso il mare.

Per un attimo ho rivisto il bambino di cinque anni giocare con il nonno e il papà, a tirare sassi alle onde.

Ho sorriso.

Ho camminato lungo il mare.

Il Bar Oasi non c’è più.

Sono arrivato all’Hotel Holiday. E’ un edificio diroccato.

Dei suoi anni d’oro rimane solo la vecchia insegna che rivedo nelle foto ingiallite, a casa.

Inizia a piovere. Fa freddo e improvvisamente realizzo che non è rimasto più niente.

Che non c’è più nessuno.

Mi trovo esattamente nel punto in cui tutto, grazie alla mia famiglia, è iniziato…

…e allora, penso, devo proprio portarci il mio bambino!

 

 

 

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